martedì 30 novembre 1999

Il fantasma di Corleone - Marco Amenta

Come dovrebbe essere un documentario?


 


Come dovrebbe essere un film?


 


Il lavoro di Marco Amenta non risponde a nessuna delle due domande.


 


In genere quando un film, che sia un corto o un lungometraggio, se non rientra in canoni classici, ma sperimenta, osa o è un semplice esercizio di stile, mi esalta e appassiona.


 


Non è questo il caso.


 


Qui viene sfiorato il plagio con tanto di autocelebrazione da parte dello stesso regista.


 


Nel mondo del cinema il concetto di plagio è duttile, dato che una volta che viene sperimentato un nuovo genere, di film o di documentario, e ha successo con i primi film, chiunque può usarlo.


 


Michael Moore è stato il modello di Amenta.


 


Ma come spesso accade, purtroppo, una buona idea e un progetto valido, naufragano per colpa dell’ego di chi li dovrebbe sviluppare.


 


Il soggetto è di notevole spessore sociale, un problema imbarazzante per le Istituzioni della nostra Italia…


 


LA LATITANZA QUARANTENNALE DEL BOSS DEI BOSS DI COSA NOSTRA…


 


…BERNARDO PROVENZANO…


 


Amenta ha indagato in maniera scrupolosa e piena di passione, è riuscito a trovare la partecipazione e collaborazione del Capo della Mobile di Palermo, Giuseppe Linares, addetto alle indagini per cercare di dare una fisionomia, un volto, una personalità all’uomo più ricercato d’Italia.


 


Il lavoro di indagine è molto curato e interessante, parte dai natali del boss, dal suo primo omicidio e risale tramite i fatti di cronaca a oggi…


 


…fino alla sua cattura.


 


Viene toccato anche l’aspetto più vergognoso di tutta la latitanza, il fatto che politici potenti, in tutti questi anni, lo abbiano coperto e aiutato.


 


La cosa assurda è che è riuscito a farsi operare in una clinica oltre confine e a farsi rimborsare l’operazione dal nostro servizio sanitario nazionale senza che nessuno si accorgesse di nulla.


 


Importante nella narrazione della storia è la collaborazione di colui che poi è riuscito ad arrestarlo.


Per lui vita di sacrificio, sempre scortato e blindato.


Anche la madre, donna anziana, gli andava contro dicendogli che le persone che arrestava erano brave persone e che il suo comportamento da poliziotto la metteva a disagio con le amiche…


Linares è una di quelle persone di cui invece l’Italia tutta dovrebbe conoscere e ammirare le gesta e la dedizione.


 


Fin’ora tutto bello e interessante, se fosse solo questo.


Il regista ha rovinato tutto inserendo in maniera un po’ troppo invadente, la sua figura.


 


Da narratore/investigatore, alla Moore, si è trasformato in attore protagonista, fino a trasformare un documentario serio e importante in una sua autocelebrazione, che onestamente non si capisce davanti a chi e a cosa, dato che alla massa è decisamente uno sconosciuto.


 


Vi dico solo che il film inizia con lui a Parigi che riflette sul fatto che sono anni che è lontano dalla sua terra natale, la Sicilia, e vuole tornarci…


 


Comincia il documentario vero e proprio e tra un’intervista e l’altra c’è lui che cammina su una spiaggia con in mano un dossier...


 


…oppure c’è sempre lui che legge sempre il solito dossier con l’unica foto che la polizia ha di Provenzano, foto che risale a oltre 40anni fa…


 


è un dossier che lui afferma di aver letto e dalle immagini suddette, sembra che se lo sia anche portato via, preso negli archivi della polizia…un dossier fatto dai servizi segreti…


 


…e lui se lo porta in spiaggia…


 


queste due immagini, sempre le stesse, ricorrono almeno 4 volte l’una, per tutto il film.


 


Ha montato anche immagini degli arresti fatti dalla polizia e dei telegiornali dei giorni seguenti agli arresti, ha mostrato anche il lavoro della sala operativa che coordinava le azioni congiunte della polizia.


 


Ma anche qui non poteva esimersi da errori e dal suo bisogno di onnipresenza.


 


Per esempio c’è un’altra ripetizione, il video dell’arresto Di Giuffè viene mostrato 2 volte.


 


I video per la maggior parte sono finti.


 


Lo si capisce da alcune inquadrature, ripetute e sempre presenti in ogni filmato di arresto, cioè, di alcune pistole tenute in mano e di una mitraglietta. Sempre le stesse azioni per tutti i video di tutte le azioni…


 


Non ho capito perché abbia insistito così tanto nel mostrare la mano che tiene la pistola e quanto abbia ritenuto poco attenti noi spettatori nell’inserire la stessa scena ripetutamente in video che dovevano sembrare veri sperando nessuno se ne accorgesse…pessimo.


 


Altra inquadratura di cattivo gusto è stata quella di lui che riprende con una telecamera digitale una riunione della polizia…che bisogno c’era???totalmente gratuita.


 


Avendo incontrato Amenta(era il presidente di una giuria di un festival in cui ero uno dei giurati)ho potuto rivolgergli delle domande, fortunatamente non ero il solo ad aver trovato errori e qualcosa di strano nel suo lavoro.


 


Non è stato capace di rispondere alle nostre osservazioni ed è letteralmente scappato.


 


Io e Assunta(la Perrotz) gli abbiamo posto le seguenti domande:


 


1)      non trova che lo stile del suo documentario sia un po’ troppo simile a quello di Moore?


 


2)      perché tutte quelle scene ripetute?


 


 


Alla domanda 1 ha cercato di dire che lui ha usato uno stile diverso e che non c’erano similitudini…una volta mostrategliele, ha cominciato ad innervosirsi e a contraddirsi.


 


Alla domanda 2 era già nel pallone, cominciava a cercare di andarsene, si guardava in giro, ma Assunta lo incalzava, e quando gli ha chiesto perché ripetere due volte la scena dell’arresto di Giuffrè, lui ha chiesto di chi stessimo parlando…


 


Risata generale, scaturita dopo la nostra incredulità…quando anche gli altri ragazzi intorno ridevano, ha capito che era troppo e se n’è andato.


 


“Il fantasma di Corleone” andrebbe rimontato senza alcune scene e sarebbe un ottimo documentario.


Non ho decisamente apprezzato il suo aver inserito scene di fiction all’interno del documentario, non che io sia contrario, è che risultavano troppo finte e forzate.


 


Così com’è, da non vedere.

1 commento:

  1. leggendo la tua recensione ho fatto caso ad alcune cose che mi erano sfuggite nella visione del documentario/film/amentachesiparlaaddosso/etcetcetc...
    hai ragione...
    1)il richiamo a moore c'è di sicuro... e anzi... più che un richiamo è un vero e proprio urlo!
    2)amenta non fa che parlarsi addosso... e non lo fa solo nei suoi "film" a quanto pare... perchè tu come me sai che una sola volta si è presentato al jeff, ed è sembrato pure di troppo... tanto ha fatto il "boss" (giusto per restare in tema... :-P)
    lo riguarderò con più attenzione...

    Lunajeff

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