martedì 30 novembre 1999

A history of violence - David Cronenberg

Il film comincia con due uomini che escono dalla stanza di un motel, uno sale in macchina e l’altro si dirige a piedi verso l’ufficio per pagare.



 



Il dialogo tra i due è stupendo, essendo legato perfettamente ai movimenti della telecamera. Uno dice all’altro di salire in macchina e di portare la macchina davanti all’ufficio. L’altro obbedisce,accende la macchina e lentamente percorre 3 o 4 metri. La telecamera non segue quello che cammina a piedi, ma affianca lo spostarsi lento della macchina. Un movimento lento, che cerca di allungare il tempo del tragitto, stanza-ufficio.



 



La telecamera rimane nella stessa posizione e segue il dialogo dei due una volta che l’altro è uscito dall’ufficio.



 



Tutto con estrema calma e lentezza.



 



Tutto lentamente, alle 8 di mattina già faceva un caldo cane.



 



Tutto lentamente come se stessero facendo le cose più monotone e noiose, ma soprattutto le più abitudinarie che una persona possa fare.



 



Questo è quello che Cronenberg ci ha mostrato per i primi minuti.



 



15 minuti da maestro del cinema.



 



15minuti di una lenta irrequietezza che mi hanno riportato a quel capolavoro che è Spider.



 



Poi il nulla.



 



Non ho idea di chi sia colpa questo nulla, ma un problema c’è.



 



Viggo Mortensen. Usare lui come protagonista in un film del genere è veramente fuori luogo. È veramente insulso. Una maschera. Pessimo.



 



Un film dove il protagonista deve essere interpretato da qualcuno capace di cambiare le espressioni, di passare da bravo padre di famiglia, che mai farebbe del male a qualcuno se non per difendere la propria famiglia, a killer spietato e sanguinario. Qualcuno che nell’essere violento debba far venire il dubbio allo spettatore se la violenza è data da istinto di difesa, o da una abitudine a compiere atti del genere. Viggo proprio non ci riesce e il film procede solo grazie ad una regia scolastica, ad una Maria Bello bravissima oltre che bellissima e alle due guest star Ed Harris e William Hurt.



 



Peccato che loro abbiano avuto solo 5minuti a testa, forse sviluppare di più i loro personaggi avrebbe giovato all’economia del film.



 



Il resto è la vita pacifica di un uomo e della sua famiglia in una cittadina nel mezzo del nulla, dove tutti vivono con le porte aperte e nessuno chiude la macchina.



 



Il sogno americano.



 



Ma Tom(Mortensen) deve svegliarsi da questo sogno durato quasi 18anni e fare i conti con alcuni soggetti che lo chiamano Joey e vogliono che torni con loro a Philadelphia con le buone o con le cattive.



 



Da notare, da qui fino alla fine del film, 4 scene di combattimento veramente notevoli per lo spessore tecnico e per la coreografia.


La regia e il montaggio hanno dato il massimo per dare a quelle scene realismo.



 



Ci sono riuscite.



 



Spettacolari!!!



 



In una di queste non è Tom a combattere, ma il figlio.



 



Scene invece da tagliare, perché a mio avviso gratuite, le 2 di sesso tra moglie e marito.



 



Il senso delle scene era di mostrare due persone diverse all’interno dello stesso corpo. Ci fosse stato un altro attore avrebbe reso meglio. Si capisce solo grazie agli sguardi di Maria Bello.



 



Quello che doveva essere un film sull’autodeterminazione e sul riscatto, è un film, che tranne per le scene che ho citato, piatto e noioso.



 



Il finale.



 



Pessimo…si divide in due parti, una Tom ai piedi di un laghetto, l’altra all’interno della cucina, di fronte al tavolo apparecchiato per la cena, dove i vari membri della famiglia lo invitano uno per uno a sedersi con loro e decidono di accettarlo nonostante tutto.


Non si capisce però, dalla “non” espressività di Viggo se a tornare sia Tom o Joey.



 



In conclusione il film peggiore di Cronenberg.

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