martedì 30 novembre 1999

sfera

credo che chi pratichi arti marziali sia rimasto offeso e non solo dal servizio che è ancora in onda e che non riesco più a vedere a causa del nervosism che mi ha creato.

non capisco xè non abbiano chiesto la consulenza di un praticante di arti marziali prima di tradurre e mandare un servizio che non hanno fatto loro.

era cominciato bene, parlava delle arti marziali a servizio della scienza e del cinema.

avevano cominciato a parlare degli effetti speciali...poi hanno cominciato a parlare di arti marziali, prendendo ad esempio un "campione" statunitense che viene definito come "più volte campione del mondo di arti marziali".

mi sono chiesto...campione del mondo di che?

arti marziali?

non esiste un campionato del mondo di arti marziali, a meno che non si riferissero all'ufc o al pride o al vale tudo...ma seguendo questi eventi lo escludo, dato che il tipo era decisamente sconosciuto e non aveva nemmeno un segno da fighter in viso.

da come calciava e tirava pugni immaginavo potesse essere un karateka...

shito ryu...

uno stile di karate.

ci hanno mostrato parte dell'allenamento per il torneo che si accingeva a fare...

può definirsi un torneo di arti marziali un torneo senza combattimento? solo esibizioni di forme e rotture.

assurdo.

poi parlavano di taoismo come se fosse stato l'ultima delle filosofie spicciole da setta.

senza parole.

una frase che proprio mi ha fatto sbroccare è stata una tipo questa:

"l'energia cinetica di un colpo è quella che nel taoismo e nelle arti marziali viene chiamata potenza e il nostro atleta ne ha tantissima!!!"

è un servizio serio questo?

l'energia cinetica, ma in generale l'energia che viene espressa dal corpo, viene definita CHI(ci)!

ma chi ha fatto il servizio non conosce il kung fu e le filosofie su cui si basano i vari stili e ha trattato le arti marziali riferendosi al karate...

pessimi.

27/09/2003 ore 02:31


..a volte..


si è soli..


soli nel silenzio di una notte di fine estate..


soli nel silenzio di un cielo nero pieno di stelle..


soli nel perdersi dentro se stessi..


soli nel rumore assordante del traffico di Roma..


soli ed impotenti di fronte alle avversità della vita..


soli nel proprio caos..


soli in mezzo a mille persone..


si è comunque soli, se siamo noi a volerlo. Sta a noi scegliere come dove e quando.


una inquadratura, 2001 odissea nello spazio. Silenzio.

Carne e sangue - Michael Cunningham

l’ho scelto xè di cunningham avevo già letto e amato the hours. l’ho regalato a mia madre xè lei mi aveva fatto leggere 100 anni di solitudine di marquez. carne e sangue. un titolo un programma. entrambe sono il tappeto su cui si srotolano 100 anni di una famiglia. non è proprio un rifacimento di 100anni di solitudine di marquez, anche se potrebbe sembrare, ma è un’insieme di situazioni tipo di una qualsiasi famiglia statunitense. 100 anni sono necessari,o forse bastano, per mostrare vizi, valori, drammi, gioie, difetti, pregi, ipocrisie e incongruenze di quel sistema e di quelle regole che per tanto hanno difeso e che tante vite ha sacrificato. non è la tipica famigliola medio-piccolo borghese, o almeno, non lo è all’inizio, come non lo è alla fine. inizia nel 1935, una famiglia greca immigrata negli usa, tradizioni greche che incontrano nuove tradizioni. la rigidità di un uomo cresciuto nella povertà e nel lavoro, nel duro lavoro di cantiere quando non si è nativi e quindi si è ghettizzati. lui nel 1935 era solo un ragazzo che dalla grecia arrivò negli usa senza sapere una parola di inglese, ma con tanta voglia di lavorare. lui sarà quel pater familias con i suoi insegnamenti e comportamenti darà ad una serie di reazioni a catena che coinvolgeranno tutta la sua famiglia e che solo l’ultimo nipote sarà in grado, l’ultimo di quella famiglia , forse, sarà in grado, dopo un secolo, di vivere una vita piena con la propria famiglia, da integrato, da uomo libero, da padre...con tutto quello che ne consegue... il concetto di famiglia implica una serie di eventi e situazioni che si ripetono anche a distanza di 100 anni, cambiano le sfumature, ma le avversità interne, le incomprensioni e l’affetto no. constantine, questo è il suo nome. constantine è un lavoratore con molta poca cultura, ma con un senso degli affari sviluppato. constantine è un bravo padre e un bravo marito. se lo fosse stato 20anni prima...ora è desueto, vecchio, non di età, ma nel modo di affrontare figli e moglie. mary, sua moglie. sposa constantine da ragazza, impone una rigidità all’interno del rapporto estrema. sembra sempre che abbia da dire sul marito, quasi che lo odi. anche quando la loro situazione economica volgerà dal piccolo-borghese al ricco. il suo modo di trattare il marito non cambierà. donna dura, che non si scompone, cleptomane e depressa. non è la classica madre che fa da tramite tra marito e figli. la perfezione di una torta, di una casa tenuta perfettamente in ordine, il dover apparire perfetta, sempre, la manda nel panico quando i nipoti e i figli la vanno a trovare, entrando in quella casa perfetta, sedendo alla tavola con i tovaglioli perfettamente piegati, andando quindi a rovinare la perfezione. avranno tre figli a partire dagli anni 50.. la splendida susan, destinata ad essere la principessa, ma non la regina in quanto non bionda e non nativa, del ballo del congedo scoalstico. destinata a sposare il suo primo amore, l’uomo perfetto, di sani principi, studioso, lavoratore destinato ad essere governatore e forse presidente degli stati uniti. destinata a fare la casalinga, lavoro e vita che anche la madre aveva scelto. destinata ad avere un figlio esternamente perfetto, capace di riuscire in tutto, sempre educato e al suo posto,ma con una luce diversa negli occhi. questa luce si scontrerà contro la cultura impartitagli e lo sconvolgerà. il controverso figlio dei fiori bill. sempre in lotta con il padre, una natura, la sua, “contro”. la madre lo capiva, o almeno, pensava di capirlo. non rappresentava il genere di figlio che era “bene” avere negli anni 60, anni in cui, ragazzi, come bill, si facevano crescere i capelli fino alle spalle, portavano pantaloni a zampa e camicioni floreali. la selvaggia zoe. la piccola e selvaggia zoe. lei che sognava di vivere su un albero e in mezzo alla natura e si ritrova a vivere nei bassi fondi di new york per seguire la sua natura di selvaggia. lei che avrà un figlio che sarà lo specchio del cambiamento, che sarà il punto di svolta per una cultura, per una famiglia. lui grazie alla madre, allo zio will, alla zia cassandra, avrà la possibilità di crescere, vivere e apprezzare la vita in maniera diversa da come la madre, gli zii e i nonni hanno dovuto viverla. niente più moralismi o ipocrisie; la sua vita da uomo, prima di diventare padre, l’ha vissuta pienamente, grazie alle lotte fatte da chi l’ha preceduto. il cerchio si chiude con jamal padre che chiede allo zio/padre will come affrontare i problemi di dialogo con i propri figli...siamo nel 2035... libro bellissimo, intenso, veloce nella lettura, a volte decisamente crudo e nudo e forse un pò forte x alcuni. ma è un libro da leggere assolutamente.

Hostel - Eli Roth

“Presentato da Quentin Tarantino”. 



Assurdo. Non posso credere che un genio come Tarantino abbia pubblicizzato questo film.



Brutto.



Veramente brutto.



Attori decisamente di pessimo livello.



Personaggi improponibili.



Ciò che più non mi è piaciuto dell’inizio del film è l’idea che hanno dato di Amsterdam.


Soprattutto una frase è stata veramente di cattivo gusto: “ma ad Amsterdam ci sono gli olandesi?”


Questo perché era in un coffee shop a strafarsi e il locale era pieno di turisti che erano lì solo per drogarsi.



Da bravi americani(anche se uno è islandese), che credono di essere i padroni del mondo,una volta tornati all’ostello dopo l’ora di chiusura notturna, cominciano a urlare per strada inneggiando alla loro nazionalità e che quindi dovevano farli entrare.



Un ragazzo li salva dal linciaggio.



Questo ragazzo è russo.



Gli dice che se vogliono veramente divertirsi con donne bellissime devono andare in un paesino in Cecoslovacchia, dove c’è un ostello particolare.



Il giorno dopo sono sul treno verso le belle ragazze.



Sul treno incontrano uno strano signore che parlando con loro del luogo comune di destinazione gli dice che lì con i soldi puoi comprare qualsiasi cosa…



Il posto è effettivamente particolare, un ostello diverso, stanze affrescate, camere da dividere ovviamente con ragazze bellissime, sauna, sala tè e ristorante.



Ragazze bellissime e disponibilissime…



Niente a che vedere con le prostitute o con le ragazze belle, ma normali, che avevano incontrato.



Anche qui si concedono a droghe, alcool e la serata finisce tra le gambe delle loro compagne di stanza.



Cominciano a sparire uno dopo l’altro, senza avvisare, ma mandando sms o un mms dicendo che se ne erano andati.



Uno di loro si insospettisce e cerca di scoprire la verità.



Da bravo americano di los angeles è capace di pedinamenti, di districarsi tra bande di delinquenti e una baby gang temutissima, che però in cambio di soldi o di “caramelle” lascia liberi.



Nel frattempo ci è stato già mostrato che fine abbiano fatto i suoi amici.



Come tutti sapranno questo film dovrebbe essere caratterizzato da scene di estrema violenza e crudezza.



O ho visto la versione censurata, o le tre scene di torture che durano un frazione di secondo ciascuna sono state sopravvalutate enormemente.



Tre scene.



Niente di più.



Ho letto in giro che c’è gente che si è sentita male con conseguente sospensione della proiezione.



Io mi stavo sentendo male dalla noia.



Evidentemente quelli che hanno provato paura, ribrezzo a quelli tre scene non hanno mai visto Saw e Saw2 o tanti altri film decisamente più cattivi.




Il finale.



Ovviamente i primi due amici spariti sono morti.



Torturati, decapitati, squartati…



Un’organizzazione russa, chiamata Elite Hunting, procurava tramite le ragazze e l’ostello ragazzi e ragazze che uomini estremamente ricchi usavano per torture o omicidi.



Torture e omicidi che avvenivano per il solo piacere di farlo o per vendetta nei confronti di un determinato popolo o colore della pelle o semplicemente perché avendo e avendo avuto tutto dalla vita tramite i soldi e il potere, gli mancava l’esperienza dell’omicidio.



Tutto il paesino, la polizia, l’ostello, tutti, erano parte dell’organizzazione.



Il peggio non è ancora arrivato, perché il nostro eroe, dopo essere stato preso, riesce a liberarsi…l’unica sedia non inchiodata bene era ovviamente la sua. La fortuna di essere californiano.



Rompendo gli attacchi della sedia al pavimento e cadendo, riesce ad afferrare al volo una pistola, girarsi senza guardare e sparare dritto dritto tra gli occhi del suo carnefice che si stava rialzando da terra perché scivolato sul vomito…



Da qui una fuga di quelle cui solo James Bond è capace.



Uccide usando ogni tipo di arma, sempre perché essendo americano ha la tessera della N.R.A. e quindi è capace di usare le armi da fuoco con estrema precisione.



Riesce quindi a scappare da un’organizzazione imponente, spietata e ricca e lo vediamo sul treno diretto verso luoghi sicuri…


E basta.



Si salva!!!



Allucinante, da non vedere.



Nulla è valido in questo film.



Nemmeno il cammeo in ceco di pulp fiction trasmesso dalla tv dell’ostello.

Underworld: evolution - Len Wiseman

Tanto bello e interessante il primo, tanto brutto questo sequel. 



Sono veramente rimasto deluso.



Perché!?!?!?!?!?!?!?!?!?!?!



Erano un po’ di sequel che la regola era stata infranta. La regola per la quale il sequel è sempre peggiore del primo della serie.



Ora con questo film, la regola è stata confermata. Niente più inversione di tenenza, peccato.



Le caratteristiche per essere un gran film c’erano tutte.



Invece hanno dovuto inserire una scena di sesso(la bellissima Kate Beckinsale è anche la moglie del regista/sceneggiatore Len Wiseman, che secondo me è malato, non avrei mai scritto una sceneggiatura dove mia moglie è nuda tra le braccia di un altro!!!), creare intrecci narrativi e tra alcuni personaggi che sono risultati decisamente troppo poco chiari, provare a dare molto peso alla storia d’amore e alla trama tralasciando invece quello che è fondamentale in questi film, le scene d’azione!!!



“Non ci sono scene di pezzi”, come dice un mio amico.



Quello che più mi ha fomentato del primo sono state proprio le scene di combattimento, veramente belle!



Non è questo il film dove è importante la recitazione, quindi è un argomento che si può abbondantemente saltare.



La regia, il montaggio e il sonoro, che invece sono fondamentali negli action movies, deludono solo in parte, la seconda.



La prima metà del film, fino a che non sono usciti allo scoperto determinati personaggi, la regia e il montaggio avevano un buon ritmo e qualche momento più che felice. Il sonoro ha fatto il suo lavoro senza impressionare.



Ma tutto cade nella seconda parte, ogni inquadratura è estremamente prevedibile, il montaggio si addormenta e il sonoro è come la regia, prevedibile.




Il finale.



Niente di più scontato.



Niente di più deludente.



L’elicottero cade e sfonda il tetto.



Le pale continuano a girare(a me altro, dato che non mi aspettavo una tale banalità). 



Il super-cattivo viene preso a mazzate e l’ultimo colpo che riceve lo fa volare...indovina indovina contro cosa????? 



Le pale dell’elicottero che lo spezzettano in vari pezzetti.



Finale tipico di action movie anni ’80 -’90.



Da non vedere e da cancellare dalla memoria per non infangare il primo.

La casa dei mille corpi - Rob Zombie

È uno di quei film che i trailers pubblicizzano male, nel senso che fanno pensare al solito horror/splatter.


Invece, grazie al consiglio di un mio amico(grazie Fede), appena l’hanno passato su sky l’ho registrato, vista l’ora tarda, erano le 4, avevo appena finito di vedere il superbowl ed ero un po’ stanco oltre che incazzato per come era stato l’arbitraggio.



Non credo di poterlo definire un horror, del resto non ci sono le classiche scene estremamente cruente e splatter. Non ci sono tutti gli elementi presenti in un horror come quelli citati in Scream di Craven.



È sicuramente una storia horror. Nel senso che la storia ricalca lo stereotipo delle 2 coppie di amici che si avventura, con una macchina molto poco affidabile, in un paesino sperduto della provincia in una notte di pioggia, la notte prima di Ognissanti.


Finiscono la benzina e si fermano a fare benzina, in un posto molto originale, gestito da un soggetto con la faccia dipinta di bianco, due spessi baffoni, testa rasata a pelle e due grossi occhi color ghiaccio.



Sono alla ricerca di fatti strani e singolari nella provincia e chiedono al benzinaio dove fosse l’albero dove si dice sia stato sepolto il Dottor Morte.



Lui disegna loro una cartina e gli dice che è proprio lì vicino.



Salgono in macchina e si dirigono verso il punto segnato sulla cartina, sempre sotto una pioggia battente, fino a quando “scoppia” una gomma. Spingono l’auto fino ad una casa diroccata nelle vicinanze e vengono accolti da una famiglia decisamente fuori dal normale…



Fin qui tutto come da programma, un classico horror, ma già dal personaggio del benzinaio possiamo capire che ha qualcosa in più.



Un’ ECCELLENTE regia.



Un montaggio GENIALE.



Un sonoro degno dei film di Sergio Leone.



Tecnicamente il film è sperimento allo stato puro.



Un delirio continuo di immagini, reali e oniriche.



Immagini che si confondono e mischiano, facendo perdere il senso della realtà, accompagnate da musiche, scritte e cantate quasi tutte dallo stesso Rob Zombie, molto appropriate.



Sembra esserci in questo film un po’ di George Romero, non solo nel cognome del regista, ma nella critica socio-politica che viene fatta. Soprattutto uno dei personaggi “cattivi” spiega le sue teorie sul mondo e su questa società. Cerca di giustificare la sua violenza, la violenza del mondo, come arte. Si sente in grado di creare un nuovo concetto di bellezza tramite i suoi omicidi.



Come capiremo in seguito, questa famiglia non è altro che la punta di qualcosa di più grande che è nascosto dalla normalità e molto pericoloso.



C’è una parte che però non mi è proprio chiara.



La parte sotterranea.



Qui la successione dei fatti è incredibilmente veloce e ritmata da una musica rock/metal che insieme al montaggio e la regia scuote e spiazza di continuo lo spettatore.


Molto bello, ma non c’è nemmeno un dialogo in questa parte che abbia senso. Anzi, i dialoghi praticamente non ci sono.



Anche se non è difficile capire, rimangono quesiti a cui non viene data risposta.



Da vedere.



Il Finale.



Quello che succede nel sottosuolo non viene spiegato, troppi pochi riferimenti sul Dottor Morte. Ad un certo punto ho pensato anche a rituali satanici o a un qualcosa tipo vite extra terrestri alimentate da altre vite, o vampirismo, non sapevo proprio cosa pensare e non ne sono sicuro nemmeno ora.



Il film stava per portare verso un finale estremamente deludente, la solita ragazza un po’ più sveglia che riesce a scappare…invece non c’è happy ending e l’ho apprezzato molto.

Arcodamore - Andrea De Carlo

L’ho letto per caso, per pigrizia, non mi andava di uscire per comprare Cavie e American Psycho. Era in casa e non lo avevo mai letto. Di DeCarlo avevo sentito parlare bene soprattutto per quanto riguarda Macno e Due di due.


 


Non posso dire, “mi è piaciuto”, né, “non mi è piaciuto”.



Non saprei nemmeno se consigliarlo.



Sicuramente non mi è piaciuto il modo di scrivere di DeCarlo.



A volte è svelto,sbrigativo,accelera per dare un ritmo che invece non riesce a dare.



Non ho gradito nemmeno la scelta dei vocaboli, le descrizioni delle ambientazioni, come descrive le scene di sesso, come ha descritto l’unica scena di lotta(per fortuna l’unica) del libro e molto altro.



Non mi piace il suo stile.



<“Leo, porca miseria, ti rendi conto di quanto ci rinchiudiamo fuori dalla vita, per comodità e per abitudine e per semplice mancanza di occasioni? Di come ci barrichiamo in un angolo, e ci sembra anche di stare bene? Con i cuscini e le poltrone comode e il whisky di malto e i sonniferi per non pensarci? E fuori intanto c’è la vita, e al più ci accontentiamo di immaginarcela, o di guardarla filtrata o imitata in un film  o in un libro ogni tanto? La sfioriamo solo, e il tempo passa via mentre noi siamo lì barricati nei nostri soggiorni arredati con tanta cura. Ti rendi conto, Leo, porca puttana?”



“e cosa facciamo, una volta che ce ne rendiamo conto?” ha detto mio cugino. “ci rassegniamo? O tiriamo fuori il coraggio per smetterla di fare i guardoni e buttarci nelle cose?”



“io ho provato a buttarmi,” ho detto io. “ma non è stata tanto una questione di coraggio, mi ci sono trovato.”>



Quello che mi ha permesso di arrivare alla fine del libro è stata la storia, che anche se mal raccontata, mi ha preso molto.



A volte affrettavo la lettura solo per vedere se il protagonista reagiva come avrei reagito o come ho reagito io a situazioni simili a quelle vissute da me.


Già, ho trovato molte similitudini tra me e il personaggio principale di Leo Cernitori.



È un fotografo di Milano, intorno ai 40anni, divorziato, vive una vita tra gli oggetti che fotografa, i cavalletti delle sue macchine fotografiche e il suo sacco da allenamento. Tutto nel suo studio fotografico, dove c’è sia un angolo cottura che un letto a parete.



La vita fuori dal suo studio è un continuo sistema che si ripete, la palestra dove si allena nel karate(povero lui…), gli incontri con i responsabili delle ditte degli oggetti, e vita sociale fatta di incontri con donne sempre bellissime e che lui seduce e prende come nulla fosse.



Tutto quest’ordine, questo ripetersi verrà sconvolto involontariamente e indirettamente dal cugino. Persona di cui lui non ha una grandissima stima, ma che lo sorprenderà come lui non poteva proprio immaginare.


Lo fa incontrare con una suonatrice d’arpa, Manuela Duini.



L’incontro non ha conseguenze così imprevedibili, è tutto abbastanza scontato, proprio perché tutto ci viene raccontato da dentro la testa di Leo.



Il fatto è che questo Leo ci viene presentato come un tipo assolutamente affascinante, che è capace di fare tutto e al momento giusto, di dire le cose giuste e quando vanno dette, di mettere fuori gioco con le sue tecniche di karate 2 avversari per strada di far provare piaceri immensi alle donne con cui fa sesso, di insegnare loro e portarle verso piaceri mai provati…insomma…è troppo perfetto!!!



La scena del combattimento è decisamente scrita male. In una situazione realistica sarebbe tutto andato molto diversamente. Non ho idea se DeCarlo ne sia un praticante, ma le tecniche descritte mi hanno fatto inizialmente sorridere, poi dato che voleva sottolineare ogni colpo dato e ricevuto ho cominciato a stranirmi.



Non è Baricco che, nel suo bellissimo City, è riuscito a descrivere ogni colpo dei match di pugilato e facendo sentire il lettore lì, a bordo ring.



Poteva essere un po’ più vago senza cercare di entrare nei dettagli. Ne avrebbe sicuramente guadagnato.



Tutta la storia è attraversata da Tangentopoli. Siamo nella Milano di quegli anni e anche se non vengono fatti nomi, i riferimenti sono più che espliciti.



A volte poi sfiora l’assurdo.


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Per raccontare l’assurdità più grande devo trattare e raccontare un episodio che però è verso la fine del libro.



Leo entra in casa di un tipo che lui vorrebbe uccidere a suon di botte, fatto che ha sbandierato a dx e sx, ci viene anche detto che tocca con la mano senza guanti la maniglia della porta di ingresso, trova il tipo morto appeso ad una corda con una musica d’arpa che lui aveva già sentito. Vomita sul pavimento vicino a dove è il cadavere e cosa gli viene in mente???



Scappa.



Potrebbe essere una reazione normale per uno normale, non per un superman come lui!!! Avrebbe dovuto usare qualcosa per non lasciare le impronte sulla maniglia o almeno ripulirle, come avrebbe dovuto pulire il vomito…



Cmq, l’assurdità più grande è il fatto che le autorità non lo abbiano cercato dopo aver sicuramente fatto l’analisi del vomito sul pavimento e la prova delle impronte digitali sulla maniglia.



Forse sono io che sono troppo preciso e scrupoloso nei dettagli…



Cmq, da qui il romanzo poteva prendere tantissime strade, dal giallo, al thriller o continuare sulla stessa via su cui stava faticosamente rotolando.



Ha deciso per l’ultima.



Peccato.


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DeCarlo si perde in dettagli e descrizioni a volte prolisse a volte troppo brevi, a volte totalmente sbagliate, a volte non spiega proprio e ci lascia lì in attesa di sapere…lascia i fatti a metà. Li riprende dopo un po’ giusto per dare un contentino e li conclude frettolosamente.



Le idee valide ci sono, e tante…solo che non sviluppate e messe giù male.



In conclusione non mi è piaciuto. Ho faticato per finirlo e ripensandoci non credo che gli darò una seconda chance leggendo “due di due”.



Non lo consiglio.

Fame chimica - Vita in una periferia qualsiasi

Altro film che non ho visto al cinema perché il trailer e le presentazioni non mi avevano proprio ispirato.



Me lo aspettavo decisamente diverso.



Non ricordo dove,ma avevo letto che in questo film c’era una scena di stupro su una ragazza veramente pesante e in quel periodo proprio non mi andava di vedere un film così violento. O almeno, non mi fidavo del fatto che essendo un film italiano sarebbe potuto essere un buon film anche se con scene crude e violente.



L’ho visto perché su sky lo davano nel canale “sky autore” e mi sono detto che forse così brutto non doveva essere.



Produzione decisamente low cost. Attori sconosciuti, credo che molti non fossero nemmeno degli attori, ma persone di strada. Pochissimi interni, forse 2 o 3, il resto, praticamente il 90% girato all’interno di una piazzetta/cortile di un condominio. Qualche giretto per le strade intorno, ma sempre rigorosamente periferia.



A causa dei molteplici accenti non riesco ad identificare di quale città sia la periferia, forse del nord, forse Milano, ma mi piacerebbe pensare che abbiano usato attori con diversi accenti per rimarcare il fatto che le periferie sono tutte uguali e che una storia come quella potrebbe accadere a Segrate come al Laurentino38.


Del resto i palazzoni delle periferie sono veramente tutti uguali, in questo gli architetti hanno veramente poca fantasia. Sembrano formicai altissimi, squadrati e lugubri. Tutto è tagliato con squadra, riga e ogni tanto con compasso per fare le rotonde.


Il loro colore grigio insieme al cielo grigio a causa dell’inquinamento delle fabbriche vicine fanno lo spettatore di entrare in un mood che permette di intuire lo stato d’animo di chi lì è costretto a vivere ogni giorno.


Comunque, un bambino in una periferia può crescere senza problemi, hanno tutto, le giostre quando sono piccoli, il campetto di pallone, vialoni lunghi su cui ingarellarsi con i motorini truccati da adolescenti, la tabaccheria dove comprare le sigarette, il centro commerciale, il megamultisala cinema con megaparcheggio dove andare con la morosa o con la futura moglie, i giardinetti di prima dove portare i propri figli, i vialoni su cui i propri figli si ingarelleranno con i figli dei tuoi amici…



Forse mi sbaglio e i pochi accenti del “sud” ci sono perché figli di emigranti.



Ho già detto dove si ambienta il film, in un cortile di una periferia. Un cortile con al centro un giardinetto con i giochi come altalene e scivoli destinati ai bambini della zona, un cortile con delle panchine, panchine che ospiterebbero anziani, se solo come per il giardinetto, non ci fossero i ragazzi a fumare, drogarsi, spacciare, fare le pinne con i motorini rubati o semplicemente stare lì sbattuti tutto il giorno a non fare nulla, aspettando un qualcosa, forse un lavoro, forse l’occasione per menare le mani, forse nulla…



Un cortile di nome Piazza Gagarin, il primo uomo nello spazio, così lontano dalla terra, come si sentono i ragazzi che vivono lì.



Ritratto spietato e vero della periferia.



Dobbiamo aggiungerci anche l’immigrazione e tutti i problemi connessi, il centro sociale del quartiere e i problemi con la polizia, un comitato di cittadini che non vuole che gli immigrati vivano come gli altri la piazzetta.



Come gli altri intendo quello che ho descritto sopra…quindi fumo, spaccio e l’aspettare qualcosa.



Per non fare un documentario sulla periferia sono state mostrate storie tra loro legate.



Storie che vedono 4 personaggi principali.



2 amici, una ragazza e il padre di uno dei 2 ragazzi.



Vengono affrontati il rapporto padre-figlio, il precariato, l’amicizia e la storia d’amore.



Il film scorre su queste relazioni mostrandoci il resto. È come se i personaggi tramite queste relazioni ci mostrino come la vita in periferia possa bruciarti, corroderti dentro fino a non farti avere più aspirazioni, fino a mettere in discussione anche l’amicizia, valore importantissimo, secondo me il più importante.



I 2 amici sono diversi, ma conoscendosi da sempre ed essendo diversi dal resto dei loro “amici”, sono complici, Amici con la A maiuscola. Uno si è integrato nel sistema della periferia e ci vive tranquillo, vive di spaccio, piccoli furtarelli e ha il rispetto degli altri essendo considerato anche a ragione il leader.


L’altro, che forse è il protagonista del film, è la pecora nera del gruppo. È l’unico che ha un lavoro retribuito e pulito, lavoro ovviamente precario che ha accettato tre anni prima solo per fare un qualsiasi lavoro pensando che tanto prima o poi avrebbe cambiato…3 anni sono passati e lui è sempre lì.



La ragazza è colei che disturba l’equilibrio, che scombussola gli animi, che smuove qualcosa.



Starà a loro capire se uscire dal limbo in cui vivevano o rimanerci.



Del resto gli altri sono morti e non lo sanno, ma loro due possono ancora dare una svolta alle loro vite.



Gli eventi che gli accadono intorno e quello che vivono dentro se stessi mettono alla prova la loro maturità, e quello che mi è piaciuto, che anche se lo ipotizzavo, ma non lo ritenevo possibile perché il film avrebbe guadagnato veramente tanti punti, che il più maturo è quello che nei soliti film buonisti non ti aspetti.



Per fortuna che non è stato buonista, ma cinico.



L’unica nota veramente negativa, la partecipazione di ‘o zulù dei 99posse. Il film comincia con la sua brutta faccia, con quei pochi capelli unti e bisunti. Canta all’inizio del film, ogni tanto durante il film e alla fine.


Ovviamente ogni volta che canta(odio usare questo verbo con lui, cantano gli artisti e lui non lo è) è perché c’è un cambio di ritmo all’interno della storia e critica ciò che abbiamo appena visto e ci introduce a quello che stiamo per vedere, quasi come il menestrello nel “Robin Hood” della Disney o del tipo con la chitarra in “tutti pazzi per Mary”.


Canta in napoletano e ogni tanto in uno pseudo-inglese.



Pessimo.



Peccato perché il film è molto valido, per la sua semplicità e per come senza retorica ha trattato degli argomenti difficili da trattare e che quasi nessuno tratta.



Mi ha ricordato un pochino “R.D.F. rumori di fondo” e “Dorme” di Eros Puglielli.



Decisamente da vedere, ma senza pregiudizi, altrimenti si butta del tempo. 

X-MEN 2

Decisamente migliore del primo!  



Per fortuna che non hanno cambiato il cast femminile!!!
Ci sono 3 delle mie preferite:Halle Berry(Storm), Rebecca Romijin-Stamos(Mystique), Famke Janssen(Jean Grey). 
 



A parte questo il film è meno noioso del primo, migliore di Daredevil (solo perché non c'è Ben Affleck, altrimenti sono equiparabili), con buoni e non esagerati effetti speciali.

I problemi sono alcuni. 


La storia e la descrizione dei personaggi non è molto fedele al comic e ci sono alcuni punti assurdi, senza senso, ma non per quello che fanno alcuni dei personaggi, ma per quello che potrebbero fare e non fanno.
Altro problema è stato non aver spiegato determinati personaggi, Storm per esempio, Jean Grey o Cyclope, Mystique...si sono limitati a dare la spiegazione su Wolverine, rimasta in sospeso dal primo, nel quale c'erano anche i passati del dott. Xavier e di Magneto. 
 



 


Mentre il primo X-Men è stato una brutta e noiosa monografia su Wolverine, qui, hanno dato più spazio anche agli altri mutanti, inserendo anche nuovi personaggi, come i giovani, Pyro e Rough. Solo che principale figura rimane sempre il personaggio interpretato da Hugh Jackman. 


 


Sembra quasi che la sua ricerca sul suo passato debba venire prima di tutto quello che significano gli X-Men come fumetto. 


 


Questo è un peccato. 


 


Ovviamente l’argomento sociale che qui troviamo è il razzismo e l’integrazione del diverso. 


 


Argomento trattato con non molto approfondimento.

Esaltante la figura del nuovo x-man, Nightcrawler, la cui entrata è spettacolare. 

Personaggio molto carino, ma poco sviluppato, anzi per nulla è quello di Kelly Hu, mutante con le stesse caratteristiche di Wolverine...solo per le ossa in adamantio, non per l'aspetto. Assolutamente bellissima, più delle tre sopra citate.

Come Ben Affleck, così Hugh Jackman non è assolutamente in grado di combattere, quindi le scene di combattimento con la Hu, sono a carrellate veloci per dare il senso dell'azione e nascondere la sua goffaggine. Tristezza…
N
on pretendo che si sappiano muovere come Jackie Chan o Jet Li, ma come Lawrence Fishburn o Keanu Reeves sì!!!

in definitiva da vedere.




"E come se la bellezza fosse nell'occhio di chi la osserva e non nei tramonti"





"Tutti dovremmo prenderci il tempo per sperimentare istanti di vera perfezione almeno una volta al giorno".

 



 

Saw 2 - Jigsaw

Il primo è stato una piacevole sorpresa, il secondo una conferma. 



Non conosco il regista o lo sceneggiatore, ma da quello che nei due film hanno fatto vedere sono decisamente bravi,originali e creativi.



Come tutti sanno i sequel non sempre sono validi o pari al precedente, anzi, quasi mai.


Questo è uno di quei pochi casi in cui sono pari, ma non perché gli autori si sono ripetuti, ma perché hanno avuto la capacità di variare e scommettere su situazioni fuori dai normali cliché.



Hanno decisamente vinto la scommessa.



Quest’opinione è soprattutto per chi ha visto il primo. Purtroppo non posso parlare del secondo senza citare il finale di Saw 1.



L’enigmista, soprannome dato dai giornalisti nel primo a questo psicopatico malato terminale, riesce a scappare dalla polizia, e continua la sua striscia di “non” omicidi. Fin qui potrebbe sembrare un sequel come un altro, ma non è così.



Anche questa volta i rapiti sono tutti collegati da situazioni della loro vita, situazioni per cui lui li mette alla prova e ne testa la volontà di vivere e quanto siano disposti a perdere pur di uscire dalla trappola in cui lui i ha confinati.



È questo che fa.



L’enigmista, soprannome improprio che lui non accetta, mette alla prova le sue “vittime” di rapimento, prove estreme che dimostrano indiscutibilmente l’attaccamento alla vita, proprio per insegnare loro l’importanza della vita che lo sta abbandonando senza possibili cure e senza quella possibilità che invece lui offre loro.



È semplice, non è lui ad uccidere loro, ma sono i rapiti a decidere per la morte non accettando le regole della prova. Lui materialmente li segrega in luoghi senza via di uscita. A volte li lega. A volte gli mette una morsa intorno al collo che dopo 60secondi se non si trova la chiave si chiude senza eccezioni. A volte li avvelena e nasconde l’antidoto.



Questo è il modus. Così come il primo.



Qui però i legami tra i reclusi sono tali da creare situazioni particolari che saranno di contrasto o di aiuto per la loro sopravvivenza.


Essendo chiusi dentro una casa a più piani le trappole sono molteplici. Ce n’è una personalizzata per ognuno di loro(trovano delle cassette che come nel primo spiegano il compito di ognuno) e ce ne sono altre.



Come nel primo la polizia riesce a trovarlo, ma solo perché è lui che lo vuole. Lancia un guanto di sfida, fa entrare uno degli investigatori nel gioco, uno che non è così pulito come vorrebbe sembrare e lo mette alla prova.



Il film continua in un continuo di suspense incredibile, scene che si alternano tra ciò che avviene nella casa dove ci sono i rapiti del gioco principale e ciò che avviene fuori, dove i protagonisti sono l’investigatore e Jigsaw. Quest’ultimo chiede solo di essere ascoltato e così inizia un dialogo difficile tra i due, dialogo che ci farà capire il perché e ci mostrerà il lato oscuro della vita.



Il perderla senza poter fare nulla.



La cattiva scelta degli attori, anzi dell’attore che interpreta l’investigatore, in questa fase del film ha inciso parecchio. Come nel primo gli attori non sono di prim’ordine e si avverte e molto. Avendolo visto in lingua posso garantire che l’attore in questione è un vero cane, era anche l’unico con un inglese vicino all’incomprensibile.



Il finale…è geniale…semplicemente geniale!



Non vedo l’ora di rivederlo.

Ti prendo e ti porto via - N. Ammaniti

Ti prendo e ti porto via…


 



…via da quel buco di paesino senza futuro e senza passato…



…via dall’ignoranza della gente che ci abita…



…via dalla disperazione e dalla noia…



…via dalle parti che lì vanno recitate…



…via per dare un colpo di cancelletto a quella che è stata la nostra vita lì…



…via…



Mai nella vita avrei voluto abitare nel paesino che Ammaniti descrive nel suo romanzo. Mai.



È  il classico paesino italiano, dove i luoghi comuni sono il quotidiano, dove un bambino introverso di dodici anni, figlio di genitori non abbienti e poco acculturati, se non di quella cultura popolare che a me trasmette tanta ignoranza, è visto come un debole perché studia e ha passioni diverse da quelle dei suoi coetanei, viene insultato, mortificato, picchiato per il solo fatto di essere BUONO!



Paesini come Ischiano Scalo ce ne sono tanti. Troppi. Bambini come Pietro, anche.



Il libro inizia in maniera piuttosto ansiogena, trasmettendo sensazioni che molte persone, io compreso, abbiamo vissuto, sensazioni decisamente spiacevoli…l’uscita dei quadri a giugno…quell’ansia che ti sale, gli sguardi dei compagni di classe, il non essere sicuro se ti sei beccato o meno qualche materia o in casi peggiori se sei stato RESPINTO.



Il nostro protagonista viene respinto, ma già da come ci viene presentato ancora prima di leggere i quadri, tutto ci lascia pensare che deve aver passato situazioni concomitanti che hanno portato i professori a decidere per la bocciatura.



Poi un punto e torna a sei mesi prima…e siamo solo alla pagina numero 15 di 458!!!



Questo ha ovviamente aumentato la mia voglia di andare avanti e di scoprire il perché Pietro sia stato bocciato.



Ammaniti ha saputo costruire un intreccio tra due storie portanti, quella di Pietro e quella di Graziano, 40enne playboy giramondo, non tralasciando i dettagli, che a me personalmente piacciono tanto. Per dettagli intendo le descrizioni di tutte quelle persone che i due incontrano, facendoci entrare ancora di più nella storia.


Queste descrizioni rendono ogni personaggio estremamente vero e vicino alle persone che incontriamo tutti i giorni.



Si alternano quindi storie in time line diverse, un continuo “indietro e avanti” con i flashback.



“…e poi cosa piaceva a graziano?


La musica latina, suonare la chitarra nei locali, abbrustolirsi su una spiaggia, cazzeggiare  con gli amici  davanti a un enorme sole arancione che muore in mare e…


…e basta.


-         non bisogna credere a quelli che ti dicono che, per apprezzare le cose della vita, bisogna farsi il culo. Non è vero. Ti vogliono fottere. Il piacere è una religione e il corpo è il suo tempio.”



Agghiacciante.



Questo è il Biglia. Graziano Biglia. Quello che a Roma viene chiamato semplicemente “coatto”. Una vita fatta di droghe, cazzate sparate in giro a dx e sx, raggiri e spaccio.



Nato e cresciuto a Ischiano, decide di andarsene a vivere tra Riccione e Ibiza. La vita di paese gli stava troppo stretta. Una vita fatta di abitudini noiose e di gente noiosa. Scappa per poi tornarci a 44 anni, per trasformare la merceria della madre in una jeanseria…mah?!



Il suo aver vissuto lontano Ischiano e il suo aver girato il mondo non gli ha permesso di crescere come uomo, dato che come lui stesso poi si renderà conto, non ha concretamente fatto nulla e si ritrova con il nulla.



Travolge la vita di una persona che tutto meritava fuorché di incontrarlo. Riesce a sprecare e a rovinare occasioni che nella vita si presentano solo una volta. Conosce una persona che vede oltre quell’aspetto da coatto, ma non saprà ringraziarla.



Pietro, incontra il Biglia e ne trae comunque un insegnamento, che però metterà a frutto troppo tardi.



Mentre Graziano è solo come un cane meritando di esserlo, Pietro è solo, ad eccezione di Gloria, perché sono gli altri ad essere sbagliati. Sì, sono gli altri. La normalità non deve sempre coincidere con maggioranza. Se questa è rappresentata da imbecilli ignoranti, non è detto che siano loro la normalità. Se poi questi incontrano uno come Pietro, allora si sentono a disagio, perché, pur non essendo lui una minaccia fisicamente, lo è come personaggio. La sua diversità mette a nudo i loro difetti, il loro(e per loro intendo familiari di Pietro compresi) essere insulsi e meschini, il loro essere ignoranti e piccoli, in confronto ad un bambino di 12 anni che non sogna il calcio o le veline, ma di fare biologo o l’entnomologo(?).



Il personaggio di Pietro, o meglio, come Pietro vive determinate situazioni, provoca fastidio e tenerezza. Fastidio per le avversità che incontra e come lui non le affronti. Tenerezza perché ci si rende conto che lui ha scelto così, proprio per non rischiare di essere come gli altri.



Il libro di Ammaniti ti prende e ti porta fino all’ultima pagina di corsa, mescolando in te sensazioni e sentimenti. Pietro ricorda il bambino di “io non ho paura”, ma solo per l’ingenuità e la voglia di voler fare sempre e cmq del bene.



Da leggere.

Il mio nome è nessuno

Questo libro è un progetto a cui hanno preso parte diversi scrittori di diversi paesi. 



14 scrittori in tutto. 2 capitoli a testa. L’assegnazione è stata lasciata alla sorte.  



Riuniti ad Atene cercano di scrivere un romanzo “globale” , un romanzo in cui capitolo dopo capitolo si sente l’influenza, il pensiero dello scrittore, ma non si avverte molto la differenza di stile. Colpa sempre di traduzioni che tendono ad appiattire i termini e i ritmi.



Tra questi 14 scrittori c’è anche il nostro Niccolò Ammaniti, famoso per il suo stile durissimo e crudissimo in “Fango”, e per il bellissimo “Io non ho paura”. Ha scritto anche “Ti prendo e ti porto via” libro che è sul mio comodino pronto per essere letto.



Il mio nome è nessuno è un romanzo che narra le vicende di una giovane e bella ragazza di un paese non ben definito del sud-america, che su incarico del futuro suocero deve andare alla ricerca del padre, il glorioso e rivoluzionario Hugo Almendros, che è scappato 20 anni prima con parte dell’oro dello stato.



Il futuro suocero è il presidente/dittatore che insieme al padre di Teresa sconfisse il governo dittatoriale precedente, per dare al popolo la possibilità di nuove elezioni democratiche. Elezioni che non ci furono dato che la carica di presidente che Salaberry avrebbe dovuto avere solo temporaneamente ed esercitarla a turno con i compagni della rivoluzione non fu temporanea,ma praticamente gli durò a vita.



Comincia così un viaggio per il mondo, in cui Teresa, ingenua ragazza, avrebbe scoperto molte cose sul padre e sul futuro suocero.



Il ritmo è sempre scorrevole e veloce, ogni capitolo essendo frutto di un altro autore, porta nuova linfa al racconto inserendo sempre particolari interessanti, anche sui luoghi che Teresa visita durante la sua ricerca, la ricerca di un padre che non ha mai visto. Scappò quando la madre era in cinta di lei. Ogni anno le ha inviato regali d’oro che però il presidente le ha tenuti nascosti.



Incontrerà persone che la cambieranno, che la faranno crescere, che la metteranno alla prova.



Traspare procedendo nella lettura il messaggio che tutti gli scrittori hanno voluto mandare. La storia è una semplice scusa, seppur interessante e avvincente. Il messaggio è una disquisizione dei vari autori sul perché debba essere combattuta una rivoluzione, sul perché qualcuno di estraneo ed esterno debba andare a fomentare guerre civili, morti efferate e disordini. In nome di quale ordine superiore? In nome di quale principio? Libertà? La libertà di chi? Di fare una rivoluzione? Di combattere la rivoluzione di altri perché non si è capaci di combattere la propria interiore? Destituire un sistema dittatoriale per inserirne un altro? Cosa cambia?



Proprio andando alla ricerca di risposte a queste domande ogni scrittore/scrittrice, inserisce la propria risposta ponendo anche altre domande. In queste risposte a volte c’è la storia del proprio paese di origine, storie di spionaggio, di attentati, di rivoluzioni.



Vengono chiamati in causa anche personaggi storici, quali Guevara, il poeta Hikmet e altri.



Teresa cerca di ricomporre un puzzle che comprende 20 anni di storia e storie, leggende che si intersecano e fondono insieme.


Non sarà sola in questo viaggio, avrà alcune compagnie piacevoli, altre meno. Incontrerà chi si approfitterà della sua ingenuità chi invece vorrà proteggerla.



L’ultimo capitolo è un po’ la somma di tutto il libro. Parla proprio Hugo Almendros, l’uomo tanto cercato, amato, odiato. Ripercorre il libro e le vicende narrate dal suo punto di vista e non può non mostrare le possibili incoerenze che scrittori diversi hanno mostrato nei propri capitoli. Del resto sono persone diverse, con culture diverse, hanno dato la loro interpretazione, hanno cercato di unirsi, di creare un qualcosa che unisse queste culture diverse, hanno fatto la loro piccola rivoluzione, e stranamente, non ha lasciato vittime, se non quelle di fantasia descritte nel libro.



Forse hanno voluto dire, che la rivoluzione non ha un nome, un viso, ma che è dentro di noi e dobbiamo essere noi stessi a combattere la nostra guerra interiore. Il voler attribuire simboli, simbologie, serve solo per permettere che un mito sopravviva. Ma questo non è giusto. I tempi cambiano e anche i simboli devono cambiare. Erano validi ai tempi in cui sono vissuti, non oltre.


Portare avanti battaglie di altri, battaglie vecchie di secoli non è utile, è solo un continuo uccidere, in nome di chi e cosa? Di NESSUNO.

la via della fame - ben okri

sperimentare e provare a leggere libri di scrittori sconosciuti, a volte paga, a volte no. questa volta non ha
pagato.

non dico che sia un libro brutto, o da non leggere, ma ha sia stile e contenuti che sono lontani dai miei
gusti. magari se lo stile fosse stato diverso l’avrei apprezzato maggiormente.

a volte quando si leggono libri tradotti ci possono essere problemi con la traduzione. qui invece, credo,
che la termonolgia usata sia proprio quella voluta dallo scrittore, dato che non erano le singole parole a
non essere “naturali”, ma intere descrizioni.

il libro inizia benissimo, introduce il personaggio di uno spirito bambino, destnato a rimanere tale. questo
tipo di spirito si chiama abiku. altra caratteristica è quella che incarnandosi, muore sempre da infante.
il lettore viene catapultato in un mondo di spiriti dove le descrizioni di questo tipo di mondo lasciano
pensare ad un al di là popolato da spiriti che si reincarnano xè devono e non xè vogliono.
questi spiriti fanno parte di un disegno di cui loro stessi, come gli umani sono all’oscuro.
questo spirito ha terminato il suo periodo nel mondo degli spiriti e deve incarnarsi in un bambino, di cui
non sa nulla. una volta incarnato perderà la memoria di tutte le vite passate e dell’essere stato uno spirito.

sono passate solo poche delle 504 pagine...da qui in avanti il libro, x quanto mi riguarda, muore.

lo spirito incarnato nel corpo di questo bambino a cui danno il nome di azaro(lazzaro), comincia a vivere
e a non capire il mondo degli uomini. decide di non mantenere fede alla sua natura di spirito abiku e
quindi di non voler morire da bambino, anche xè vuole conoscere la madre e il padre x avere un’idea di
tutte le madri e padri che ha fatto soffrire precedentemente con le sue morti premature.

si susseguono pagine e pagine di eventi surreali, tra mistica, delirio e sogno. la linea che li divide è
veramente sottile e sarebbe interessante se non fosse per com’è lo stile di scrittura.

questo bambino ha la capacità di distinguere vari tipi di preziosi, alberi che non sono tipici
dell’africa(ambiente del libro, in particolare la nigeria), ma dell’europa o altri posti lontani. ha
un’ampiezza di vocaboli impressionante, ma soprattutto vocaboli estremamente aulici.

l’usare metafore x descrivere le situazioni difficili di quei popoli non è sbagliato, anzi, renderebbe la
lettura meno pesante, ma qui si è esagerato.

la metafora c’è e non c’è. la favola a momenti svanisce nel diventare a volte delirio a volte sogno, mai
realtà, anche se quella che descrive ogni tanto o che cerca di far traspirare è decisamente concreta e tosta
e meriterebbe maggiore descrizione.

ho avvertito x questo libro lo stesso fastidio di quando ho letto cent’anni di solitudine o altri libri tipici
sud americani. questo era il mio primo libro di uno scrittore africano su soggetto africano.

le situazioni descritte, le varie storie dei personaggi non sono nemmeno così tanto a noi sconosciute, certo
che i costumi, o le favole o le leggende sono diversi, ma la povertà e la fame bene o male, più o meno
possiamo farci un’idea di che cosa siano. chi legge non credo che l’abbia mai provate in prima persona,
ma le descrizioni del libro non sono lontane da quello che vediamo in tv o sui giornali o ascoltiamo da
quei pochi amici che abbaimo che hanno scelto di andare a vivere x loro, x aiutarli.

un libro che non sconsiglio, ma che ammetto di aver lettocon difficoltà, non per le descrizioni o la storia
o gli argomenti trattati, ma x lo stile dello scrittore. non scrive male, semplicemente, non è per me.

Arcodamore - Andrea De Carlo

L’ho letto per caso, per pigrizia, non mi andava di uscire per comprare Cavie e American Psycho. Era in casa e non lo avevo mai letto. Di DeCarlo avevo sentito parlare bene soprattutto per quanto riguarda Macno e Due di due.


 


Non posso dire, “mi è piaciuto”, né, “non mi è piaciuto”.



Non saprei nemmeno se consigliarlo.



Sicuramente non mi è piaciuto il modo di scrivere di DeCarlo.



A volte è svelto,sbrigativo,accelera per dare un ritmo che invece non riesce a dare.



Non ho gradito nemmeno la scelta dei vocaboli, le descrizioni delle ambientazioni, come descrive le scene di sesso, come ha descritto l’unica scena di lotta(per fortuna l’unica) del libro e molto altro.



Non mi piace il suo stile.



<“Leo, porca miseria, ti rendi conto di quanto ci rinchiudiamo fuori dalla vita, per comodità e per abitudine e per semplice mancanza di occasioni? Di come ci barrichiamo in un angolo, e ci sembra anche di stare bene? Con i cuscini e le poltrone comode e il whisky di malto e i sonniferi per non pensarci? E fuori intanto c’è la vita, e al più ci accontentiamo di immaginarcela, o di guardarla filtrata o imitata in un film  o in un libro ogni tanto? La sfioriamo solo, e il tempo passa via mentre noi siamo lì barricati nei nostri soggiorni arredati con tanta cura. Ti rendi conto, Leo, porca puttana?”



“e cosa facciamo, una volta che ce ne rendiamo conto?” ha detto mio cugino. “ci rassegniamo? O tiriamo fuori il coraggio per smetterla di fare i guardoni e buttarci nelle cose?”



“io ho provato a buttarmi,” ho detto io. “ma non è stata tanto una questione di coraggio, mi ci sono trovato.”>



Quello che mi ha permesso di arrivare alla fine del libro è stata la storia, che anche se mal raccontata, mi ha preso molto.



A volte affrettavo la lettura solo per vedere se il protagonista reagiva come avrei reagito o come ho reagito io a situazioni simili a quelle vissute da me.


Già, ho trovato molte similitudini tra me e il personaggio principale di Leo Cernitori.



È un fotografo di Milano, intorno ai 40anni, divorziato, vive una vita tra gli oggetti che fotografa, i cavalletti delle sue macchine fotografiche e il suo sacco da allenamento. Tutto nel suo studio fotografico, dove c’è sia un angolo cottura che un letto a parete.



La vita fuori dal suo studio è un continuo sistema che si ripete, la palestra dove si allena nel karate(povero lui…), gli incontri con i responsabili delle ditte degli oggetti, e vita sociale fatta di incontri con donne sempre bellissime e che lui seduce e prende come nulla fosse.



Tutto quest’ordine, questo ripetersi verrà sconvolto involontariamente e indirettamente dal cugino. Persona di cui lui non ha una grandissima stima, ma che lo sorprenderà come lui non poteva proprio immaginare.


Lo fa incontrare con una suonatrice d’arpa, Manuela Duini.



L’incontro non ha conseguenze così imprevedibili, è tutto abbastanza scontato, proprio perché tutto ci viene raccontato da dentro la testa di Leo.



Il fatto è che questo Leo ci viene presentato come un tipo assolutamente affascinante, che è capace di fare tutto e al momento giusto, di dire le cose giuste e quando vanno dette, di mettere fuori gioco con le sue tecniche di karate 2 avversari per strada di far provare piaceri immensi alle donne con cui fa sesso, di insegnare loro e portarle verso piaceri mai provati…insomma…è troppo perfetto!!!



La scena del combattimento è decisamente scrita male. In una situazione realistica sarebbe tutto andato molto diversamente. Non ho idea se DeCarlo ne sia un praticante, ma le tecniche descritte mi hanno fatto inizialmente sorridere, poi dato che voleva sottolineare ogni colpo dato e ricevuto ho cominciato a stranirmi.



Non è Baricco che, nel suo bellissimo City, è riuscito a descrivere ogni colpo dei match di pugilato e facendo sentire il lettore lì, a bordo ring.



Poteva essere un po’ più vago senza cercare di entrare nei dettagli. Ne avrebbe sicuramente guadagnato.



Tutta la storia è attraversata da Tangentopoli. Siamo nella Milano di quegli anni e anche se non vengono fatti nomi, i riferimenti sono più che espliciti.



A volte poi sfiora l’assurdo.


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Per raccontare l’assurdità più grande devo trattare e raccontare un episodio che però è verso la fine del libro.



Leo entra in casa di un tipo che lui vorrebbe uccidere a suon di botte, fatto che ha sbandierato a dx e sx, ci viene anche detto che tocca con la mano senza guanti la maniglia della porta di ingresso, trova il tipo morto appeso ad una corda con una musica d’arpa che lui aveva già sentito. Vomita sul pavimento vicino a dove è il cadavere e cosa gli viene in mente???



Scappa.



Potrebbe essere una reazione normale per uno normale, non per un superman come lui!!! Avrebbe dovuto usare qualcosa per non lasciare le impronte sulla maniglia o almeno ripulirle, come avrebbe dovuto pulire il vomito…



Cmq, l’assurdità più grande è il fatto che le autorità non lo abbiano cercato dopo aver sicuramente fatto l’analisi del vomito sul pavimento e la prova delle impronte digitali sulla maniglia.



Forse sono io che sono troppo preciso e scrupoloso nei dettagli…



Cmq, da qui il romanzo poteva prendere tantissime strade, dal giallo, al thriller o continuare sulla stessa via su cui stava faticosamente rotolando.



Ha deciso per l’ultima.



Peccato.


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DeCarlo si perde in dettagli e descrizioni a volte prolisse a volte troppo brevi, a volte totalmente sbagliate, a volte non spiega proprio e ci lascia lì in attesa di sapere…lascia i fatti a metà. Li riprende dopo un po’ giusto per dare un contentino e li conclude frettolosamente.



Le idee valide ci sono, e tante…solo che non sviluppate e messe giù male.



In conclusione non mi è piaciuto. Ho faticato per finirlo e ripensandoci non credo che gli darò una seconda chance leggendo “due di due”.



Non lo consiglio.