Ti prendo e ti porto via…
…via da quel buco di paesino senza futuro e senza passato…
…via dall’ignoranza della gente che ci abita…
…via dalla disperazione e dalla noia…
…via dalle parti che lì vanno recitate…
…via per dare un colpo di cancelletto a quella che è stata la nostra vita lì…
…via…
Mai nella vita avrei voluto abitare nel paesino che Ammaniti descrive nel suo romanzo. Mai.
È il classico paesino italiano, dove i luoghi comuni sono il quotidiano, dove un bambino introverso di dodici anni, figlio di genitori non abbienti e poco acculturati, se non di quella cultura popolare che a me trasmette tanta ignoranza, è visto come un debole perché studia e ha passioni diverse da quelle dei suoi coetanei, viene insultato, mortificato, picchiato per il solo fatto di essere BUONO!
Paesini come Ischiano Scalo ce ne sono tanti. Troppi. Bambini come Pietro, anche.
Il libro inizia in maniera piuttosto ansiogena, trasmettendo sensazioni che molte persone, io compreso, abbiamo vissuto, sensazioni decisamente spiacevoli…l’uscita dei quadri a giugno…quell’ansia che ti sale, gli sguardi dei compagni di classe, il non essere sicuro se ti sei beccato o meno qualche materia o in casi peggiori se sei stato RESPINTO.
Il nostro protagonista viene respinto, ma già da come ci viene presentato ancora prima di leggere i quadri, tutto ci lascia pensare che deve aver passato situazioni concomitanti che hanno portato i professori a decidere per la bocciatura.
Poi un punto e torna a sei mesi prima…e siamo solo alla pagina numero 15 di 458!!!
Questo ha ovviamente aumentato la mia voglia di andare avanti e di scoprire il perché Pietro sia stato bocciato.
Ammaniti ha saputo costruire un intreccio tra due storie portanti, quella di Pietro e quella di Graziano, 40enne playboy giramondo, non tralasciando i dettagli, che a me personalmente piacciono tanto. Per dettagli intendo le descrizioni di tutte quelle persone che i due incontrano, facendoci entrare ancora di più nella storia.
Queste descrizioni rendono ogni personaggio estremamente vero e vicino alle persone che incontriamo tutti i giorni.
Si alternano quindi storie in time line diverse, un continuo “indietro e avanti” con i flashback.
“…e poi cosa piaceva a graziano?
La musica latina, suonare la chitarra nei locali, abbrustolirsi su una spiaggia, cazzeggiare con gli amici davanti a un enorme sole arancione che muore in mare e…
…e basta.
- non bisogna credere a quelli che ti dicono che, per apprezzare le cose della vita, bisogna farsi il culo. Non è vero. Ti vogliono fottere. Il piacere è una religione e il corpo è il suo tempio.”
Agghiacciante.
Questo è il Biglia. Graziano Biglia. Quello che a Roma viene chiamato semplicemente “coatto”. Una vita fatta di droghe, cazzate sparate in giro a dx e sx, raggiri e spaccio.
Nato e cresciuto a Ischiano, decide di andarsene a vivere tra Riccione e Ibiza. La vita di paese gli stava troppo stretta. Una vita fatta di abitudini noiose e di gente noiosa. Scappa per poi tornarci a 44 anni, per trasformare la merceria della madre in una jeanseria…mah?!
Il suo aver vissuto lontano Ischiano e il suo aver girato il mondo non gli ha permesso di crescere come uomo, dato che come lui stesso poi si renderà conto, non ha concretamente fatto nulla e si ritrova con il nulla.
Travolge la vita di una persona che tutto meritava fuorché di incontrarlo. Riesce a sprecare e a rovinare occasioni che nella vita si presentano solo una volta. Conosce una persona che vede oltre quell’aspetto da coatto, ma non saprà ringraziarla.
Pietro, incontra il Biglia e ne trae comunque un insegnamento, che però metterà a frutto troppo tardi.
Mentre Graziano è solo come un cane meritando di esserlo, Pietro è solo, ad eccezione di Gloria, perché sono gli altri ad essere sbagliati. Sì, sono gli altri. La normalità non deve sempre coincidere con maggioranza. Se questa è rappresentata da imbecilli ignoranti, non è detto che siano loro la normalità. Se poi questi incontrano uno come Pietro, allora si sentono a disagio, perché, pur non essendo lui una minaccia fisicamente, lo è come personaggio. La sua diversità mette a nudo i loro difetti, il loro(e per loro intendo familiari di Pietro compresi) essere insulsi e meschini, il loro essere ignoranti e piccoli, in confronto ad un bambino di 12 anni che non sogna il calcio o le veline, ma di fare biologo o l’entnomologo(?).
Il personaggio di Pietro, o meglio, come Pietro vive determinate situazioni, provoca fastidio e tenerezza. Fastidio per le avversità che incontra e come lui non le affronti. Tenerezza perché ci si rende conto che lui ha scelto così, proprio per non rischiare di essere come gli altri.
Il libro di Ammaniti ti prende e ti porta fino all’ultima pagina di corsa, mescolando in te sensazioni e sentimenti. Pietro ricorda il bambino di “io non ho paura”, ma solo per l’ingenuità e la voglia di voler fare sempre e cmq del bene.
Da leggere.
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