sperimentare e provare a leggere libri di scrittori sconosciuti, a volte paga, a volte no. questa volta non ha
pagato.
non dico che sia un libro brutto, o da non leggere, ma ha sia stile e contenuti che sono lontani dai miei
gusti. magari se lo stile fosse stato diverso l’avrei apprezzato maggiormente.
a volte quando si leggono libri tradotti ci possono essere problemi con la traduzione. qui invece, credo,
che la termonolgia usata sia proprio quella voluta dallo scrittore, dato che non erano le singole parole a
non essere “naturali”, ma intere descrizioni.
il libro inizia benissimo, introduce il personaggio di uno spirito bambino, destnato a rimanere tale. questo
tipo di spirito si chiama abiku. altra caratteristica è quella che incarnandosi, muore sempre da infante.
il lettore viene catapultato in un mondo di spiriti dove le descrizioni di questo tipo di mondo lasciano
pensare ad un al di là popolato da spiriti che si reincarnano xè devono e non xè vogliono.
questi spiriti fanno parte di un disegno di cui loro stessi, come gli umani sono all’oscuro.
questo spirito ha terminato il suo periodo nel mondo degli spiriti e deve incarnarsi in un bambino, di cui
non sa nulla. una volta incarnato perderà la memoria di tutte le vite passate e dell’essere stato uno spirito.
sono passate solo poche delle 504 pagine...da qui in avanti il libro, x quanto mi riguarda, muore.
lo spirito incarnato nel corpo di questo bambino a cui danno il nome di azaro(lazzaro), comincia a vivere
e a non capire il mondo degli uomini. decide di non mantenere fede alla sua natura di spirito abiku e
quindi di non voler morire da bambino, anche xè vuole conoscere la madre e il padre x avere un’idea di
tutte le madri e padri che ha fatto soffrire precedentemente con le sue morti premature.
si susseguono pagine e pagine di eventi surreali, tra mistica, delirio e sogno. la linea che li divide è
veramente sottile e sarebbe interessante se non fosse per com’è lo stile di scrittura.
questo bambino ha la capacità di distinguere vari tipi di preziosi, alberi che non sono tipici
dell’africa(ambiente del libro, in particolare la nigeria), ma dell’europa o altri posti lontani. ha
un’ampiezza di vocaboli impressionante, ma soprattutto vocaboli estremamente aulici.
l’usare metafore x descrivere le situazioni difficili di quei popoli non è sbagliato, anzi, renderebbe la
lettura meno pesante, ma qui si è esagerato.
la metafora c’è e non c’è. la favola a momenti svanisce nel diventare a volte delirio a volte sogno, mai
realtà, anche se quella che descrive ogni tanto o che cerca di far traspirare è decisamente concreta e tosta
e meriterebbe maggiore descrizione.
ho avvertito x questo libro lo stesso fastidio di quando ho letto cent’anni di solitudine o altri libri tipici
sud americani. questo era il mio primo libro di uno scrittore africano su soggetto africano.
le situazioni descritte, le varie storie dei personaggi non sono nemmeno così tanto a noi sconosciute, certo
che i costumi, o le favole o le leggende sono diversi, ma la povertà e la fame bene o male, più o meno
possiamo farci un’idea di che cosa siano. chi legge non credo che l’abbia mai provate in prima persona,
ma le descrizioni del libro non sono lontane da quello che vediamo in tv o sui giornali o ascoltiamo da
quei pochi amici che abbaimo che hanno scelto di andare a vivere x loro, x aiutarli.
un libro che non sconsiglio, ma che ammetto di aver lettocon difficoltà, non per le descrizioni o la storia
o gli argomenti trattati, ma x lo stile dello scrittore. non scrive male, semplicemente, non è per me.
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